FRAZIONAMENTO GIUDIZIALE DEL CREDITO: COORDINATE ERMENEUTICHE

Troverete nell'articolo le coordinate ermeneutiche relative al frazionamento giudiziale del credito , se sia possibile proporre domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, sino all'ultima sentenza delle Sezioni Unite 4090 del 2017.

v Sezioni Unite n. 108 del 10 aprile 2000

I giudici di legittimità affrontano e risolvono il seguente contrasto giurisprudenziale:

1) Indirizzo negativo: il frazionamento giudiziale del credito contrasta con la clausola generale di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., dando luogo alla violazione del divieto di abuso del diritto perché domanda non supportata da un interesse creditorio oggettivamente apprezzabile e meritevole di tutela;

2) Indirizzo positivo: il creditore ha facoltà di chiedere un adempimento parziale (argomento evincibile dall’art. 1181 c.c.) e l’eventuale aggravio di spese giudiziali sarebbe superabile attraverso il meccanismo della mora credendi, con l’offerta dell’intera somma dovuta, o mediante una domanda di accertamento negativo del credito;


In particolare, la Suprema Corte avalla l’orientamento positivo scardinando gli argomenti sostenuti dall’opposta tesi negativa e, cioè:
- art. 1181 c.c.: non esclude il potere di accettare un adempimento parziale, anche in sede giudiziale;
- art. 1453 c.c.: non limita la possibilità per il creditore di chiedere un adempimento parziale;
- artt. 277 comma 2 e 278 comma 2 c.p.c. : non si applicano quando la domanda è stata proposta con un contenuto più ridotto;
- assenza di interesse del creditore: c’è interesse creditorio perché, così facendo, si stimolerebbe un adempimento spontaneo da parte del debitore sul debito residuo e si definirebbe un accertamento con effetto di giudicato sull’esistenza del rapporto debitorio.

In via conclusiva, gli Ermellini enunciano il seguente principio di diritto:
è ammissibile la domanda giudiziale con la quale il creditore di una determinata somma, derivante dall'inadempimento di un unico rapporto, chieda un adempimento parziale, con riserva di azione per il residuo, trattandosi di un potere non negato dall'ordinamento e rispondente ad un interesse del creditore, meritevole di tutela, e che non sacrifica, in alcun modo, il diritto del debitore alla difesa delle proprie ragioni”.


v Sezioni Unite n. 23726 del 15 novembre 2007

I giudici della Suprema Corte di Cassazione si trovano a riaffrontare la seguente questione di massima importanza: “se sia consentito al creditore chiedere giudizialmente l'adempimento frazionato di una prestazione originariamente unica, perché fondata sullo stesso supporto”.

Ebbene, ribaltando le conclusioni affermate con la sentenza precedente, i giudici delle Sezioni Unite rilevano innanzitutto la presenza di un mutato quadro normativo; difatti, da un lato, esso sarebbe orientato ad una valorizzazione del principio di buona fede oggettiva e della correttezza, il cui fondamento si rinverrebbe nei doveri inderogabili di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., dall’altro lato, risulterebbe coerente con i principi del giusto processo di cui all’art. 111 Cost.
Quindi, la pronuncia de quo fa leva sulla necessità di funzionalizzare anche il rapporto obbligatorio alla tutela dei valori della persona, e, in particolare, alla tutela dell’interesse del partner negoziale.
Invero, si dovrebbe evitare di arrecare pregiudizio alla posizione debitoria, prolungando il vincolo coattivo e aggravandolo di spese ed oneri per le molteplici opposizioni, con l’ulteriore rischio di creare giudicati contraddittori.
Pertanto, gli Ermellini affermano il seguente principio di diritto:
è contraria alla regola generale di correttezza e buona fede, in relazione al dovere inderogabile di solidarietà di cui all'art. 2 Cost., e si risolve in abuso del processo (ostativo all'esame della domanda), il frazionamento giudiziale (contestuale o sequenziale) di un credito unitario”.


v Sezioni Unite n. 26961 del 22 DICEMBRE 2009

I giudici di legittimità, dando continuità alle conclusioni della precedente pronuncia, ricavano dall’art. 1181 c.c. la considerazione per cui la prestazione deve essere adempiuta nella sua interezza, adempimento coerente ai canoni di correttezza ex art. 1175 c.c. e buona fede oggettiva ex art. 1375 c.c.
Pertanto, le Sezioni Unite enunciano il principio per cui “l'adempimento di una obbligazione pecuniaria, nascente da un unico rapporto di lavoro, deve essere eseguito in una unica soluzione non potendosi ritenere consentito un mutamento di termini e modalità genetiche nel momento in cui il detto rapporto trova la sua esecuzione”.

Il caso oggetto di controversia:

L’ex dipendente di una società automobilistica agiva in giudizio per ottenere la rideterminazione del TFR tenendo conto di alcune voci retributive percepite in via continuativa.
In seguito alla sentenza irrevocabile, l’ex dipendente proponeva domanda di ricalcolo del premio fedeltà con inclusione dello straordinario prestato a titolo continuativo.

La questione rimessa alle Sezioni Unite:

“Se una volta cessato il rapporto di lavoro, il lavoratore debba avanzare in un unico contesto giudiziale tutte le pretese creditorie che sono maturate nel corso del suddetto rapporto o che trovano titolo nella cessazione del medesimo e se il frazionamento di esse in giudizi diversi costituisca abuso sanzionabile con l’improponibilità della domanda”.

Le motivazioni:

Il caso di specie, diversamente rispetto a quelli oggetto delle pronunce precitate, ha ad oggetto diversi crediti scaturenti da un unico rapporto di durata e non riguarda, invece,  un singolo credito frazionato.

Parte della dottrina e della giurisprudenza affermano che una pluralità di crediti relativi al medesimo rapporto di durata deve necessariamente essere azionata nello stesso processo.
Tuttavia, rilevano gli Ermellini, la disciplina processuale sembra orientata a conclusioni opposte.
Difatti, essi evidenziano che:
1. il sistema processuale permette di proporre in tempi e processi diversi domande di recupero di crediti distinti facenti capo ad un unico rapporto di durata; invero, argomenti a sostegno di tale tesi si ricavano dagli artt. 31, 40, 104 c.p.c., dalla possibilità di condanna generica, dall’accertamento pregiudiziale con efficacia di giudicato ex art. 34 c.p.c. e, infine, dall’elaborazione in tema di estensione oggettiva del giudicato;
2. una generale previsione d’improponibilità di una seconda domanda per un diverso credito scaturente dal medesimo rapporto comporterebbe inevitabilmente un aggravio sulla posizione creditoria (ad esempio per la perdita della possibilità di agire in via monitoria per quei crediti dotati di prova scritta), a scapito dell’economia processuale, considerato anche che l’onere della prova per i singoli crediti potrebbe maturare in tempi diversi;
3. vi sarebbe, pertanto, una violazione del principio di economia processuale, quale principio di proporzionalità nell’uso della giurisdizione;
4. la disciplina processuale citata, a contrario, consente inoltre una trattazione unitaria delle domande, qualora vi sia il rischio di duplicazioni istruttorie e decisorie, evitando una conoscenza parziale della realtà da parte del giudice e favorendo la giustizia sostanziale, la ragionevole durata del processo e la stabilità dei rapporti.

Quindi, sulla base di tali considerazioni, i giudici di legittimità ammettono che, qualora la domanda riguardi il medesimo ambito oggettivo del precedente giudicato ovvero il credito sia fondato sullo stesso fatto costitutivo, il creditore possa proporla separatamente purché abbia “un oggettivo interesse al frazionamento”.
Invero, l’attuazione del giusto processo dipende anche dal comportamento delle parti processuali: l’attore deve darne attuazione attraverso un esercizio responsabile del diritto di azione poiché l’interesse ex art. 100 c.p.c. si riferisce anche alle “modalità” di proposizione della domanda.

Il principio di diritto:

Gli Ermellini, rigettando il ricorso sul presupposto che i crediti azionati non ricadono né nel medesimo ambito oggettivo del giudicato né sono fondati sullo stesso fatto costitutivo, enunciano il seguente principio di diritto:
Le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, anche se relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi. Se tuttavia i suddetti diritti di credito, oltre a far capo ad un medesimo rapporto di durata tra le stesse parti, sono anche , in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o comunque “ fondati” sul medesimo fatto costitutivo - sì da non poter essere accertati separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza di una medesima vicenda sostanziale -, le relative domande possono essere proposte in separati giudizi solo se risulta in capo al creditore agente un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata. Ove la necessità di siffatto interesse ( e la relativa mancanza) non siano state dedotte dal convenuto, il giudice che intenda farne oggetto di rilievo dovrà indicare la relativa questione ai sensi dell’art. 183 c.p.c. e, se del caso, riservare la decisione assegnando alle parti termine per memorie ai sensi dell’art. 101 comma 2 c.p.c.”.

v Considerazioni conclusive:

La pronuncia da ultimo citata, diversamente rispetto all’elaborazione giurisprudenziale precedente, si è occupata della possibilità di proporre, in differenti giudizi, diverse domande volte al recupero di distinti crediti facenti comunque parte del medesimo rapporto complesso.

Non ha riguardato, invece, la possibilità di frazionare la domanda per la ripetizione di un unico credito, questione sulla quale si è consolidato l’orientamento affermato a partire dalle Sezioni Unite del 2007.

Usura sopravvenuta: la Cassazione si è espressa sulla configurabilità

In calce il testo della sentenza

La fattispecie concreta:

Il 19 gennaio 1990 una società per azioni stipulava con un istituto di credito un mutuo decennale di 14 miliardi di lire con la previsione di un tasso di interesse del 7,75% fisso semestrale.

Entrata in vigore nel corso del rapporto contrattuale la legge 7 marzo 1996 n. 108, il tasso pattuito risultava superiore al tasso-soglia.

Di conseguenza, la società chiedeva all’istituto di credito la rinegoziazione di tale contratto.

A fronte del rifiuto a rinegoziare, la società conveniva in giudizio la banca per dichiarare la nullità del tasso d’interesse divenuto in seguito usurario e, considerando gratuito il mutuo, la condanna della convenuta al rimborso degli interessi già riscossi o comunque al rimborso della parte d’interessi eccedente il tasso legale oltre alla condanna al risarcimento dei danni derivanti dal reato di usura.

Il giudice di prime cure condannava la banca al rimborso degli interessi per la parte considerata usuraria.

Per converso, la Corte d’Appello, ritenendo che il caso di specie integrasse un mutuo fondiario, escludeva l’applicazione della disciplina antiusura come prevista dalla legge 108/1996.

In seguito, la società decideva di proporre ricorso per Cassazione.

La prima sezione della Corte di Cassazione, dopo aver affermato che la disciplina antiusura ha portata generale e quindi risulta applicabile anche al mutuo fondiario, rilevato il contrasto giurisprudenziale, rimetteva la causa al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite.

La normativa di riferimento:

·      Legge 7 marzo 1996 n. 108

In seguito a tale normativa, l’usura è unitariamente considerata: non si distingue più tra un’usura civile ed un’usura penale ma il fenomeno usurario viene differenziato unicamente dal punto di vista sanzionatorio.

·      Art. 1815 del codice civile, rubricato “ Interessi”

Tale disposizione si occupa della clausola degli interessi pattuita in un contratto di mutuo, prevedendo la sanzione civilistica della nullità e della non debenza  in ipotesi di interessi usurari:
“Salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante. Per la determinazione degli interessi si osservano le disposizioni dell'articolo 1284 c.c.
Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.
·      Art. 644 codice penale, rubricato “Usura”
La sanzione penale prevista dal legislatore in tema di interessi usurari è costituita dalla reclusione o dalla multa.
“Chiunque, fuori dei casi previsti dall'articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari , è punito con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000.
Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto dal primo comma, procura a taluno una somma di denaro od altra utilità facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario.
La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria.
Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito.
Le pene per i fatti di cui al primo e secondo comma sono aumentate da un terzo alla metà:
1) se il colpevole ha agito nell'esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare;
2) se il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie o aziendali o proprietà immobiliari;
3) se il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno;
4) se il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale, professionale o artigianale;
5) se il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale durante il periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal momento in cui è cessata l'esecuzione.
Nel caso di condanna, o di applicazione di pena ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti di cui al presente articolo, è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme di denaro, beni ed utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento dei danni”.
·      Art. 1 comma 1 d.l. 394/2000 conv. in legge 24/2001 ( legge di interpretazione autentica)
“1. Ai fini dell'applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, secondo comma, del codice civile si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.
Quindi, per considerare usurari gli interessi bisogna fare riferimento al momento della loro conventio o promissio e non, invece, al momento della loro datio.

La quaestio iuris:

La questione sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite è così sintetizzabile: se la disciplina antiusura si applichi o meno ai contrattti stipulati anteriormente all’entrata in vigore della legge 108/1996 la cui esecuzione perdura anche successivamente.

La questione si pone anche per i contratti conclusi in seguito all’entrata in vigore di tale legge i cui tassi di interesse ( fissi o variabili) sono divenuti usurari per la caduta dei tassi medi di mercato nel corso dell’esecuzione del rapporto contrattuale.

Orientamenti contrastanti:

Un primo orientamento ritiene non configurabile l’usura sopravvenuta.
A sostegno il rilievo per cui l’art. 1 comma 1 d.l. 394/2000 conv. in legge 24/2001 (c.d. legge di interpretazione autentica) fa riferimento al momento in cui i tassi sono promessi o convenuti, a prescindere dal momento del loro pagamento.

Inoltre, secondo la dottrina dominante, discorrere di usura sopravvenuta, legittimando l’ulteriore istituto giurisprudenziale della nullità sopravvenuta, significherebbe ammettere una nullità operante nel corso dell’esecuzione del rapporto contrattuale, in contrasto con la natura della nullità quale vizio genetico e non funzionale del contratto.

Per contro, altro orientamento sostiene che la nuova normativa incida, quale ius superveniens, sull’esecuzione del contratto di mutuo, stipulato anteriormente al 1996 ma la cui esecuzione perdura anche successivamente.

 All’interno di tale filone giurisprudenziale si sono sviluppate tre soluzioni alternative:
-  l’ inefficacia ex nunc della clausola divenuta usuraria, rilevabile ex officio ( altri, invece, negano la rilevabilità ex officio)
- la sostituzione automatica con il tasso legale ex artt. 1339 c.c. e 1419 c.c.
- l’ esclusione dell’applicazione degli artt. 1815 c.c. e 644 c.p. fermo restando la possibilità di applicare ulteriori rimedi civilistici (nullità o inefficacia ex tunc salvo sempre la sostituzione automatica ex art. 1339 c.c.).

La decisione delle Sezioni Unite 24675 del 19.10.2017:

Gli Ermellini negano la configurabilità dell’usura sopravvenuta sul presupposto che il divieto di usura, cui rinvia la legge 108/1996, è unicamente quello previsto dalla norma penale di cui all’art. 644 c.p. al quale sono riconnesse entrambe le sanzioni, quella penale e quella civile.
A confermare l’assunto la ratio della legge n. 108 del 1996, ovvero di contrasto del fenomeno usurario, secondo la quale è piu’ coerente fare riferimento al momento della pattuizione piuttosto che a quello del pagamento degli interessi.
L’argomento utilizzato dalla tesi favorevole alla configurabilità dell’usura sorpavvenuta si basa su quanto affermato dalla sentenza della Corte costituzionale 29/2002, nella parte in cui ammetteva la praticabilità di altri strumenti di tutela a favore del mutuatario.
Ebbene, quanto affermato è utile, secondo i giudici di legittimità, a sostenere anche il contrario: la validità della pattuizione degli interessi divenuti usurari, anche in corso di rapporto, non esclude la possibilità per il mutuatario di azionare ulteriori tutele riconosciute ex lege.
Inoltre, i giudici di legittimità criticano la tesi per cui vi sarebbe una violazione del dovere di buona fede oggettiva ex art. 1375 c.c. e, quindi, l’inesigibilità della clausola che pattuisce interessi divenuti usurari; invero, non vi sarebbe sic et simpliciter la violazione del canone della buona fede integrativa senza considerare in concreto le modalità di esecuzione contrattuali contrarie a correttezza e buona fede.

Il principio di diritto enunciato:

I giudici di legittimità, negando la configurabilità dell’usura sopravvenuta, affermano il seguente principio di diritto:


Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento  di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto”.

Sentenza per esteso Sezioni Unite 24675 del 19.10.2017


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. _______________________________
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22972/2010 proposto da:

____________________S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, _____________, presso lo studio dell'avvocato _______________, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati _________________;

- ricorrente -

contro

BANCA _____________________S.P.A., in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, ___________________, presso lo studio dell'avvocato ___________________, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati _________________________________;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 1806/2009 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 23/06/2009.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18/07/2017 dal Consigliere Dott. CARLO DE CHIARA;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell'Avvocato Generale Dott. ___________________, che ha concluso chiedendo accogliersi il ricorso o, in subordine, sollevarsi eccezione di illegittimità costituzionale;

uditi gli avvocati ____________________________________.

Svolgimento del processo

1. La Eurofinanziaria s.p.a. convenne in giudizio la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. chiedendo dichiararsi nulla la previsione del tasso d'interesse del 7,75 % fisso semestrale, contenuta nel mutuo decennale di 14 miliardi di lire concluso con la convenuta il 19 gennaio 1990, perchè detto tasso era superiore al tasso soglia determinato secondo le previsioni dalla L. 7 marzo 1996, n. 108, in materia di usura, entrata in vigore nel corso del rapporto. Chiese, conseguentemente, la condanna della convenuta al rimborso degli interessi già riscossi, dovendo il mutuo considerarsi gratuito, o comunque al rimborso della parte di tali interessi eccedente il tasso legale o quello ritenuto giusto, nonchè al risarcimento dei danni, anche morali, conseguenti al reato di usura commesso dalla banca, rifiutatasi di rinegoziare il tasso a seguito dell'entrata in vigore della Legge n. 108, cit..

La convenuta resistette e il Tribunale di Milano accolse la domanda, condannando la banca al rimborso degli interessi riscossi per la parte eccedente il tasso soglia.

2. La sentenza di primo grado è stata integralmente riformata dalla Corte d'appello su impugnazione della banca soccombente.

Qualificato il rapporto come mutuo fondiario, la Corte ha ritenuto applicabile il D.P.R. 21 gennaio 1976, n. 7, sulla disciplina del credito fondiario; dal che deriva, a suo giudizio, la legittimità del contratto di mutuo, con la relativa determinazione del tasso d'interesse, e l'assorbimento di ogni altra questione.

3. La Eurofinanziaria ha proposto ricorso per cassazione con quattro motivi.

La Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. si è difesa con controricorso.

Il ricorso è stato assegnato alle Sezioni Unite a seguito dell'ordinanza interlocutoria 31 gennaio 2017, n. 2484 della Prima Sezione, con cui, premessa l'applicabilità della legge n. 108 del 1996 anche ai mutui fondiari, è stato rilevato un contrasto di giurisprudenza, all'interno di quella Sezione, sulla questione - qui rilevante in conseguenza della premessa appena indicata dell'incidenza del sistema normativo antiusura, introdotto dalla richiamata legge, sui contratti stipulati anteriormente alla sua entrata in vigore, anche alla luce della norma di interpretazione autentica di cui al D.L. 29 dicembre 2000, n. 394, art. 1, comma 1, conv. dalla Legge 28 febbraio 2001, n. 24.

Le parti hanno anche presentato memorie.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, denunciando vizio di motivazione e violazione di norme di diritto, si contesta la qualificazione del mutuo oggetto di causa come fondiario sulla base del solo richiamo, nel contratto, del D.P.R. n. 7 del 1976, cit., a prescindere dall'accertamento dei necessari requisiti oggettivi.

2. Con il secondo motivo, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si contesta che, comunque, la qualificazione del mutuo come fondiario comporti l'inapplicabilità delle disposizioni della L. n. 108 del 1996. In base a tali disposizioni si soggiunge - il tasso d'interesse che al momento della pattuizione non ecceda la soglia dell'usura determinata secondo il meccanismo previsto dalla medesima legge, ma che superi poi tale soglia nel corso del rapporto, è comunque illegittimo e comporta la nullità della relativa clausola contrattuale. Il che fa sorgere la necessità di individuare un tasso sostitutivo ai sensi degli artt. 1419 e 1339 c.c., non essendo invocabile la previsione di gratuità del mutuo di cui all'art. 1815, comma 2 - come modificato dalla stessa legge che è esclusa dall'interpretazione autentica di tale disposizione imposta dal D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, cit. Il tasso sostitutivo va individuato - si conclude - quantomeno in quello meno favorevole al mutuatario, ossia il tasso soglia, come ritenuto dal giudice di primo grado.

3. I due motivi, da esaminare congiuntamente data la loro connessione, non possono trovare accoglimento, anche se la motivazione della sentenza impugnata va corretta nei sensi che seguono (art. 384 c.p.c., u.c.).

3.1. E' infatti privo di fondamento - come denunciato nella prima parte del secondo motivo di ricorso - l'assunto, da cui muove la Corte d'appello, che il carattere fondiario del mutuo dispensi dall'osservanza delle disposizioni della richiamata legge n. 108 sull'usura. Basterà osservare, in proposito, che nessuna disposizione o principio normativo (del resto non specificato nella sentenza impugnata) giustifica tale assunto e che non v'è, del resto, alcuna ragione per sottrarre l'importante settore del credito fondiario al divieto di usura e ai meccanismi approntati dalla legge per renderlo effettivo.

3.2. Conseguentemente il primo motivo di ricorso, attinente alla qualificazione del mutuo come fondiario, è assorbito.

3.3. Il fondamento, però, della prima parte del secondo motivo di ricorso non è sufficiente a far cadere la decisione impugnata, essendo infondata, invece, la seconda parte dello stesso motivo, avente ad oggetto la questione per la quale la Prima Sezione ha ritenuto necessario l'intervento di queste Sezioni Unite.

Essa riguarda l'applicabilità o meno delle norme della Legge n. 108 del 1996, ai contratti di mutuo stipulati prima dell'entrata in vigore di quest'ultima e consiste, più precisamente, nel chiarire quale sia la sorte della pattuizione di un tasso d'interesse che, a seguito dell'operatività del meccanismo previsto dalla stessa legge per la determinazione della soglia oltre la quale un tasso è da qualificare usurario, si riveli superiore a detta soglia.

Peraltro la questione della configurabilità di una "usura sopravvenuta" si pone non soltanto con riferimento ai contratti stipulati prima dell'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996, come nel caso in esame, ma anche con riferimento a contratti successivi all'entrata in vigore della legge recanti tassi inferiori alla soglia dell'usura, superata poi nel corso del rapporto per effetto della caduta dei tassi medi di mercato, che sono alla base del meccanismo legale di determinazione dei tassi usurari: meccanismo basato, appunto, secondo la L. n. 108, art. 2, sulla rilevazione trimestrale dei tassi medi praticati per le varie categorie di operazioni creditizie, sui quali viene applicata una determinata maggiorazione. E si pone, in teoria, con riguardo sia ai tassi contrattuali fissi che a quelli variabili, anche se in pratica sono essenzialmente i primi a fornire la casistica sinora nota, dato che la variabilità consente normalmente di assorbire gli effetti del calo dei tassi medi di mercato. La questione sorse immediatamente all'indomani dell'entrata in vigore della L. n. 108. La giurisprudenza di legittimità iniziò ad orientarsi nel senso dell'applicabilità della legge ai rapporti pendenti alla data della sua entrata in vigore, con conseguenze sul tasso d'interesse contrattuale, sia pure riferite alla sola parte del rapporto successiva a tale data (cfr. Cass. Sez. 3^ 02/02/2000, n. 1126; Cass. Sez. 1^ 22/10/2000, n. 5286; Cass. Sez. 1^ 17/11/2000, n. 14899).

Ciò indusse il legislatore ad intervenire appunto con la già richiamata norma d'interpretazione autentica di cui al D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, che recita: "Ai fini dell'applicazione dell'art. 644 c.p., e dell'art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento".

Si determinò, quindi, nella giurisprudenza delle sezioni semplici di questa Corte (quasi tutta riferita a contratti stipulati prima dell'entrata in vigore della L. n. 108 del 1996) il contrasto tra due orientamenti richiamato nell'ordinanza di rimessione.

Un primo orientamento (cfr. Cass. Sez. 3^ 26/06/2001, n. 8742; Cass. Sez. 1^ 24/09/2002, n. 13868; Cass. Sez. 3^ 13/12/2002, n. 17813; Cass. Sez. 3^ 25/03/2003, n. 4380; Cass. Sez. 3^ 08/03/2005, n. 5004; Cass. Sez. 1^ 19/03/2007, n. 6514; Cass. Sez. 3^ 17/12/2009, n. 26499; Cass. Sez. 1^ 27/09/2013, n. 22204; Cass. Sez. 1^ 19/01/2016, n. 801) dà alla questione della configurabilità dell' usura sopravvenuta risposta negativa. Ciò in quanto la norma d'interpretazione autentica attribuisce rilevanza, ai fini della qualificazione del tasso convenzionale come usurario, al momento della pattuizione dello stesso e non al momento del pagamento degli interessi; cosicchè deve escludersi che il meccanismo dei tassi soglia previsto dalla legge n. 108 sia applicabile alle pattuizioni di interessi stipulate in data precedente la sua entrata in vigore, anche se riferite a rapporti ancora in corso a tale data (pacifico essendo, peraltro, nella giurisprudenza di legittimità, che la L. n. 108 del 1996, non può trovare applicazione quanto ai rapporti già esauritisi alla medesima data).

In altre decisioni, al contrario, è stata affermata l'incidenza della nuova legge sui contratti in corso alla data della sua entrata in vigore, omettendo tuttavia di prendere in considerazione la norma d'interpretazione autentica di cui al D.L. n. 394 del 2000, cit.:

- Cass. Sez. 3^ 13/06/2002, n. 8442; Cass. Sez. 3^ 05/08/2002, n. 11706 e Cass. Sez. 3^ 25/05/2004, n. 10032 si sono semplicemente richiamate alla giurisprudenza precedente al decreto legge;

- Cass. Sez. 1^ 25/02/2005, n. 4092; Cass. Sez. 1^ 25/02/2005, n. 4093; Cass. Sez. 3^ 14/03/2013, n. 6550; Cass. Sez. 3^ 31/01/2006, n. 2149 e Cass. Sez. 3^ 22/08/2007, n. 17854 hanno precisato (le prime tre in obiter dicta) che la clausola contrattuale recante un tasso che poi superi il tasso soglia non diviene, in conseguenza di tale superamento, nulla, bensì inefficace ex nunc, e tale inefficacia non può essere rilevata d'ufficio;

- Cass. Sez. 1^ 11/01/2013, n. 602 e n. 603 hanno affermato che nei casi di superamento della soglia del tasso usurario per effetto dell'entrata in vigore della L. n. 108, cit., opera la sostituzione automatica, ai sensi dell'art. 1319 c.c., e art. 1419 c.c., comma 2, del tasso soglia del tempo al tasso convenzionale;

- Cass. Sez. 1^ 17/08/2016, n. 17150 sostiene la rilevabilità d'ufficio dell'inefficacia di cui sopra.

Invece Cass. Sez. 1^ 12/04/2017, n. 9405, nell'affermare l'applicabilità del tasso soglia in sostituzione del tasso contrattuale che sia divenuto superiore ad esso, fa espresso riferimento alla richiamata norma d'interpretazione autentica, escludendone però la rilevanza in quanto essa non eliminerebbe l'illiceità della pretesa di un tasso d'interesse ormai eccedente la soglia dell'usura, ma si limiterebbe ad escludere l'applicazione delle sanzioni penali e civili di cui all'art. 644 c.p., e art. 1815 c.c., comma 2, ferme restando le altre sanzioni civili.

Quest'ultima tesi riprende in sostanza i contributi di una parte della dottrina, secondo la quale, mentre sarebbe sanzionata penalmente - nonchè, nel mutuo, con la gratuità - la pattuizione di interessi che superino la soglia di legge alla data della pattuizione stessa, viceversa la pretesa di pagamento di interessi a un tasso non usurario alla data della pattuizione, ma divenuto tale nel corso del rapporto, sarebbe illecita solo civilmente. Le conseguenze di tale illiceità sono diversamente declinate (nullità, inefficacia ex nunc) nelle varie versioni della tesi in esame, ma comprendono in ogni caso la sostituzione automatica, ai sensi dell'art. 1339 c.c., del tasso contrattuale o con il tasso soglia (secondo una versione), o con il tasso legale (secondo un'altra versione).

3.4. E' avviso di queste Sezioni Unite che debba darsi continuità al primo dei due orientamenti giurisprudenziali sopra richiamati, che nega la configurabilità dell'usura sopravvenuta, essendo il giudice vincolato all'interpretazione autentica dell'art. 644 c.p., e art. 1815 c.c., comma 2, come modificati dalla L. n. 108 del 1996, (rispettivamente all'art. 1 e all'art. 4), imposta dal D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, cit.; interpretazione della quale la Corte costituzionale ha escluso la sospetta illegittimità, per violazione degli artt. 3, 24, 47 e 77 Cost., con la sentenza 25/02/2002, n. 29, e della quale non può negarsi la rilevanza per la soluzione della questione in esame.

E' priva di fondamento, infatti, la tesi della illiceità della pretesa del pagamento di interessi a un tasso che, pur non essendo superiore, alla data della pattuizione (con il contratto o con patti successivi), alla soglia dell'usura definita con il procedimento previsto dalla L. n. 108, superi tuttavia tale soglia al momento della maturazione o del pagamento degli interessi stessi.

3.4.1. La ragione della illiceità risiederebbe, come si è visto, nella violazione di un divieto imperativo di legge, il divieto dell'usura, e in particolare il divieto di pretendere un tasso d'interesse superiore alla soglia dell'usura come fissata in base alla legge.

Sennonchè il divieto dell'usura è contenuto nell'art. 644 c.p.; le (altre) disposizioni della L. n. 108, cit., non formulano tale divieto, ma si limitano a prevedere (per quanto qui rileva) un meccanismo di determinazione del tasso oltre il quale gli interessi sono considerati sempre usurari a mente, appunto, dell'art. 644 c.p., comma 3, novellato (che recita: "La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari"). La L. n. 108, art. 2, comma 4, cit. (che recita: "Il limite previsto dall'art. 644 c.p., comma 3, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso...") definisce, sì, il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, ma si tratta appunto del limite previsto dall'art. 644 c.p., comma 3, essendo la norma penale l'unica che contiene il divieto di farsi dare o promettere interessi o altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità.

Una sanzione (che implica il divieto) dell'usura è contenuta, per l'esattezza, anche nell'art. 1815 c.c., comma 2, - pure oggetto dell'interpretazione autentica di cui si discute - il quale però presuppone una nozione di interessi usurari definita altrove, ossia, di nuovo, nella norma penale integrata dal meccanismo previsto dalla L. n. 108.

Sarebbe pertanto impossibile operare la qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell'art. 644 c.p.; "ai fini dell'applicazione" del quale, però, non può farsi a meno perchè così impone la norma d'interpretazione autentica - di considerare il "momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal momento del loro pagamento".

Non ha perciò fondamento la tesi che cerca di limitare l'efficacia della norma di interpretazione autentica alla sola sanzione penale e alla sanzione civile della gratuità del mutuo, perchè in tanto è configurabile un illecito civile, in quanto sia configurabile la violazione dell'art. 644 c.p., come interpretato dal D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1. E non è fuori luogo rammentare che anche la giurisprudenza penale di questa Corte nega la configurabilità dell'usura sopravvenuta (cfr. Cass. Sez. 5^ pen. 16/01/2013, n. 8353).

Tale esegesi delle disposizioni della L. n. 108, non contrasta, inoltre, con la loro ratio.

Una parte della dottrina attribuisce alla L. n. 108, una ratio calmieratrice del mercato del credito, che imporrebbe il rispetto in ogni caso del tasso soglia al momento del pagamento degli interessi.

Va però osservato che la ratio delle nuove disposizioni sull'usura consiste invece nell'efficace contrasto di tale fenomeno, come si legge nella relazione illustrativa del disegno di legge e come ha affermato anche la Corte costituzionale nella sentenza sopra richiamata. Il meccanismo di definizione del tasso soglia è basato infatti - lo si è accennato più sopra - sulla rilevazione periodica dei tassi medi praticati dagli operatori, sicchè esso è configurato dalla legge come un effetto, non già una causa, dell'andamento del mercato.

Con tale ratio è senz'altro coerente una disciplina che dà rilievo essenziale al momento della pattuizione degli interessi, valorizzando in tal modo il profilo della volontà e dunque della responsabilità dell'agente.

Un ulteriore argomento utilizzato dei sostenitori della configurabilità dell'usura sopravvenuta e ripreso anche da Cass. Sez. 1^ 9405/2017, cit., è basato su un passaggio della motivazione della richiamata sentenza della Corte costituzionale n. 29 del 2002, in cui i giudici, dopo avere escluso l'irragionevolezza dell'interpretazione autentica e la sua incompatibilità con il dato testuale, osservano: "Restano, invece, evidentemente estranei all'ambito di applicazione della norma impugnata gli ulteriori istituti e strumenti di tutela del mutuatario, secondo la generale disciplina codicistica dei rapporti contrattuali". Poichè, si è osservato, tale affermazione non è un mero obiter dictum, bensì parte della ratio decidendi, essa è vincolante per l'interprete e impone di considerare illecita - ancorchè non penalmente, nè a pena della gratuità del contratto ai sensi dell'art. 1815 c.c., comma 2, - la pretesa del pagamento di interessi a un tasso convenzionale divenuto nel tempo superiore al tasso soglia.

Non conta qui approfondire se il passaggio in questione rientri o meno nella ratio della decisione dalla Corte costituzionale. Basterà osservare che esso contiene un'affermazione indubbiamente esatta, ma non contrastante con le conclusioni sopra raggiunte circa la validità ed efficacia della previsione contrattuale di un tasso d'interesse che finisca poi col superare il tasso soglia nel corso del rapporto. E' evidente, infatti, che far salva la validità ed efficacia della clausola contrattuale non significa negare la praticabilità di altri strumenti di tutela del mutuatario previsti dalla legge, ove ne ricorrano gli specifici presupposti; significa soltanto negare che uno di tali strumenti sia costituito dalla invalidità o inefficacia della clausola in questione.

Deve perciò concludersi che è impossibile affermare, sulla base delle disposizioni della L. n. 108 del 1996, diverse dall'art. 644 c.p., e art. 1815 c.c., comma 2, come da essa novellati, che il superamento del tasso soglia dell'usura al tempo del pagamento, da parte del tasso convenzionale inferiore a tale soglia al momento della pattuizione, comporti la nullità o l'inefficacia della corrispondente clausola contrattuale o comunque l'illiceità della pretesa del pagamento del creditore.

3.4.2. L'illiceità della pretesa, tuttavia, è stata argomentata da una parte della dottrina anche su basi diverse, ossia valorizzando, piuttosto che il meccanismo della sostituzione automatica di clausole ai sensi dell'art. 1339 c.c., e art. 1419 c.c., comma 2, il principio di buona fede oggettiva nell'esecuzione dei contratti, di cui all'art. 1375 c.c., per il quale sarebbe scorretto pretendere il pagamento di interessi a un tasso divenuto superiore alla soglia dell'usura come determinata al momento del pagamento stesso, perchè in quel momento quel tasso non potrebbe essere promesso dal debitore e il denaro frutterebbe al creditore molto di più di quanto frutti agli altri creditori in genere.

Benchè non sia questa la tesi sostenuta dalla ricorrente, di essa occorre tuttavia darsi carico per completezza.

Neppure detta tesi persuade.

Viene a suo sostegno richiamata la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui il principio di correttezza e buona fede in senso oggettivo impone un dovere di solidarietà, fondato sull'art. 2 Cost., per il quale ciascuna delle parti del rapporto è tenuta ad agire in modo da preservare gli interessi dell'altra, a prescindere dall'esistenza di specifici obblighi contrattuali o da quanto stabilito da singole norme di legge (Cass. Sez. 3^ 30/07/2004, n. 14605; Cass. Sez. 1^ 06/08/2008, n. 21250; Cass. Sez. U. 25/11/2008, n. 28056; Cass. Sez. 1^ 22/01/2009, n. 1618; Cass. Sez. 3^ 10/11/2010, n. 22819).

Va però osservato che la buona fede è criterio di integrazione del contenuto contrattuale rilevante ai fini dell'"esecuzione del contratto" stesso (art. 1375 c.c.), vale a dire della realizzazione dei diritti da esso scaturenti. La violazione del canone di buona fede non è riscontrabile nell'esercizio in sè considerato dei diritti scaturenti dal contratto, bensì nelle particolari modalità di tale esercizio in concreto, che siano appunto scorrette in relazione alle circostanze del caso. In questo senso può allora affermarsi che, in presenza di particolari modalità o circostanze, anche la pretesa di interessi divenuti superiori al tasso soglia in epoca successiva alla loro pattuizione potrebbe dirsi scorretta ai sensi dell'art. 1375 c.c.; ma va escluso che sia da qualificare scorretta la pretesa in sè di quegli interessi, corrispondente a un diritto validamente riconosciuto dal contratto.

3.4.3. Va pertanto enunciato il seguente principio di diritto:

"Allorchè il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell'usura come determinata in base alle disposizioni della L. n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l'inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all'entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; nè la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell'esecuzione del contratto".

4. Con il terzo e il quarto motivo di ricorso viene censurata, rispettivamente sotto i profili del vizio di motivazione e della violazione di norme di diritto, la qualificazione data dalla Corte d'appello al mutuo per cui è causa come finanziamento agevolato.

4.1. I motivi sono inammissibili. Tale qualificazione, infatti, non è di per sè rilevante ai fini della decisione sul carattere usurario degli interessi, nè sono indicate nel ricorso le ragioni della sua eventuale rilevanza.

5. Il ricorso va in conclusione respinto.


Le oscillazioni giurisprudenziali registrate a proposito della principale questione oggetto del ricorso stesso giustificano la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso. Dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 18 luglio 2017.


Depositato in Cancelleria il 19 ottobre 2017